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Il viaggio iniziatico o rito di passaggio
"Partire è un po' morire..."
Il tema del viaggio iniziatico è presente in molte culture antiche e si ritrova in diversi paesi.
Anche nelle fiabe più note ne si possono riconoscere i passaggi tipici quali: l'allontanamento da casa, il superamento di prove, la presenza di aiuti e di ostacoli, il raggiungimento di un premio ambito, quale una sposa, un reame, un riconoscimento sociale.
L'idea di fondo è che il soggetto debba lasciarsi alle spalle la propria famiglia, le sicurezze della propria vita, per affrontare, con le capacità acquisite fino a quel momento, nuove esperienze.
Queste non potranno essere tutte piacevoli, il giovane correrà dei rischi, proprio perché inesperto, incontrerà persone benevole, che cercheranno di aiutarlo e altre che invece, tenteranno di nuocergli o di ingannarlo a proprio vantaggio (basti pensare come esempio alla fatina, al grillo parlante, a Mangiafuoco e a Lucignolo del Pinocchio di Collodi).
Se sarà sufficientemente accorto, se saprà distinguere fra il bene e il male, se si lascerà guidare dalle persone giuste, se imparerà dalle esperienze, se saprà utilizzare le proprie risorse, allora non perirà e farà ritorno a casa non più come bambino, ma come giovane adulto, in grado di costruire una propria vita indipendente.

Sapeva che sarebbe successo, succedeva periodicamente, succedeva a tutti, ma ora toccava proprio a lui e se una parte di sé era fiera e non vedeva l'ora di mettersi alla prova , l'altra più nascosta tremava al pensiero di quello che poteva accadergli.
Qualcuno, partito per il lungo viaggio solitario era tornato ferito gravemente, anche se doveva dirlo, era più che altro una leggenda, quella che raccontava che si poteva anche non far più ritorno...
Davi non rammentava che qualcuno dei suoi compagni più grandi fosse mai sparito, ma che fosse tornato sanguinante o impossessato dagli spiriti, questo sì, lo ricordava.
Tutto il suo popolo era in agitazione, ci sarebbe stata una grande festa e tutti avevano molte cose da fare.
Gli uomini dovevano procurare la selvaggina, le donne i frutti e le bevande, insieme si dovevano preparare gli ornamenti, le danze.
A parte alcune ragazze, soltanto un altro giovane avrebbe percorso anche lui il lungo viaggio...
Al suo ritorno, anche Enawene dai fianchi larghi e dal bellissimo sorriso sarebbe diventata una donna e lui si sarebbe finalmente potuto unire a lei, con l'approvazione di tutti.
Prima però doveva dimostrare di esserne degno, doveva diventare un uomo.
Il tutto sarebbe cominciato con una prova dolorosa, lo sciamano gli avrebbe decorato il volto e fatto delle incisioni attorno agli occhi con la sua pipa aguzza.
Lo vennero a prendere gli anziani, quegli uomini sicuri, che lui ammirava tanto, chissà se sarebbe riuscito a non far loro vedere la paura che lo attanagliava, chissà se sarebbe riuscito a non urlare.
Come avrebbe voluto che la sua famiglia fosse fiera di lui, far vedere che era forte e coraggioso.
Male, un dolore bruciante, che lo faceva lacrimare e stringere i denti, anche se avrebbe voluto soltanto avere uno sguardo fiero, era quello che sentì quando la punta della pipa tagliò la sua pelle.
Sapeva che ci si poteva allontanare dal dolore distaccando la mente dal corpo, come era in grado di fare lo sciamano, ma riuscirci non era facile, aveva bevuto una bevanda preparata da sua madre, che mentre
gliela porgeva, secondo il rituale, gli sorrideva e lo incoraggiava con gli occhi, un liquido che lo avrebbe aiutato a resistere alla sofferenza, infondendogli coraggio, ma che per ora non sembrava sortire un grande effetto.
Strinse i denti e mentre lacrime silenziose gli rigavano il volto incominciò e pensare che tutti gli uomini del villaggio avevano affrontato le stesse prove e lui non poteva essere da meno.
Lo sciamano cantando e con sguardo assente portò a termine il suo lavoro, tolse il sangue sul volto di Davi, passò sulle ferite un succo vegetale che avrebbe evitato le infezioni e gli impartì una specie di benedizione, raccomandando il ragazzo agli spiriti degli antenati.
Ora Davi avrebbe aspettato qualche giorno perché le ferite si rimarginassero e poi sarebbe stato pronto per partire.
Intanto avrebbero avuto luogo i riti per le ragazze e sperava che anche Enawene li superasse con coraggio...
Era ormai solo, gli anziani, dopo avergli messo una maschera che gli impediva di vedere, lo avevano condotto nel cuore della foresta e lì lo avevano lasciato.
Sapeva che nessuno lo avrebbe cercato prima di un ciclo lunare, durante il quale sarebbe dovuto sopravvivere, trovando acqua e cibo senza cadere vittima di animali feroci o di serpenti e insetti velenosi.
Si sentì euforico, ora avrebbe dimostrato di essere davvero diventato un uomo.
Camminò a lungo guardandosi intorno per scorgere un' eventuale preda che potesse costituire un buon pranzo, stringendo fra le mani il suo arco e accarezzando quasi dolcemente le sue frecce.
E mentre procedeva con cautela sentì poco lontano un rumore di acqua. "Evviva!" Un fiume!" Almeno non sarebbe morto di sete e avrebbe potuto cercare di catturare qualche pesce.
Si avvicinò alla sponda e decise di fare un bel bagno, poi cominciò a fissare con attenzione l'acqua che scorreva, gli sembrò di scorgere l'ombra di un pesce e veloce incoccò la freccia e la scagliò.
Purtroppo i pesci erano davvero furbi come tutti dicevano e quello per lo meno fu più veloce di lui nel fuggire, mentre la sua freccia, caduta nella corrente, fu trascinata via, lasciandolo sconcertato a guardarla correre lontano.
Un po' della sua baldanza se ne andò dopo questa mancata cattura, anche perché gli rimanevano solo più tre frecce, e non erano molte, per sopravvivere un mese. Per di più gli riaffiorarono alla mente le immagini dei pescatori del suo villaggio che tornavano spesso con grandi animali, come si sentiva lontano in quel momento, dall'essere come loro!!
Decise di non rischiare ancora e prese la determinazione di rivolgersi ad altre prede. Bevve a lungo, cercò di memorizzare il luogo, in caso avesse voluto tornarvi per prendere dell'acqua o per bagnarsi e poi si riaddentrò nella foresta, forse una scimmia sarebbe stata un bersaglio più facile.
Le scimmie le vide e tentò a lungo di catturarle, ma invano.
Verso sera, deluso e piuttosto affamato capì che per quel giorno non avrebbe mangiato e ora sarebbe stato imprudente non cercare di costruirsi invece un riparo per la notte, evitando almeno, di diventare lui, una preda.
Decise di costruirsi un rifugio su un albero, quando era più piccolo era una cosa che spesso aveva fatto con i suoi amici e si sentiva capace quindi di portare a termine l'operazione con sicurezza .
Ci riuscì con meno facilità di quanto pensasse, perché mentre lavorava, incominciò ad essere tormentato dall'assalto di zanzare ed altri insetti.
Alla fine si raggomitolò nel suo riparo e aspettò di addormentarsi.
Anche il sonno però non arrivò subito, Davi guardava il cielo, sentiva le urla degli animali, rabbrividiva al pensiero di tutti gli esseri che cacciavano di notte, degli spiriti che avrebbero potuto afferrarlo e trascinarlo via, pensava a sua madre e a suo padre, ai suoi fratelli e sorelle al sicuro nella loro capanna, vedeva il corpo sinuoso di Enawene, immaginava i giorni di solitudine che ancora lo attendevano, ma soprattutto sentiva il suo stomaco borbottare , aveva fame.
La stanchezza finì comunque per avere la meglio e di colpo cadde in quel sonno profondo tipico dei ragazzi.
Al mattino si svegliò con una sola idea fissa: "Mangiare!!!"
Scese dal suo riparo, contento di essere vivo e sano e venuto a più ragionevoli obiettivi, anche se meno gloriosi, decise di fare come sua madre e le altre donne della tribù , che cercavano bacche e vermi per cibo.
Fu fortunato perché individuò delle ottime bacche pupunha e con un bastoncino riuscì a trovare delle larve.
Non si poteva considerare un lauto pasto, tuttavia fu sufficiente a colmare il buco che sentiva nello stomaco e a ridargli un po' di energia.
Sopravvisse più o meno in questo modo per una settimana e man mano che i giorni passavano veniva preso sempre più da una specie di scoramento, alternato ad un tedio apatico.
Prese a starsene seduto su un tronco a guardare il volo degli uccelli, ad osservare le formiche a terra o a scacciare le pulci della sabbia che gli si infilavano dolorosamente sotto le unghie dei piedi.
Si sentiva un fallito, stava sopravvivendo a stento, come un bambino e non era riuscito neanche a cacciare una preda, incominciò a temere di non farcela, anzi desiderò che un serpente lo avvelenasse per scivolare in una morte rapida e liberatoria, che gli avrebbe evitato un ritorno vergognoso al villaggio.
E in effetti pensò che fosse arrivato il momento quando fu morso da una formica velenosa e rimase assetato e febbricitante per alcuni giorni.
Era però giovane e sano e sopravvisse.
Una notte, mentre cercava di dormire nel tronco di un albero sentì dei rumori e delle urla spaventose.
Dapprima si rattrappì stringendosi le ginocchia al petto e rimase immobile e terrorizzato, sperando che nessuno lo vedesse, poi decise di reagire, si alzò e cominciò a fuggire, non sapendo neanche lui dove, e non vedendo quasi nulla nel buio, ma nel tentativo di allontanarsi dalle grida.
Lo sapeva, erano gli spiriti degli antenati che venivano a perseguitarlo, i karawara, arrabbiati con lui per la sua inettitudine.
E in effetti percepì delle figure grottesche che si nascondevano fra gli alberi e lo cercavano, avevano in mano dei fasci di foglie di palma secche , lo chiusero in cerchio e nella notte cominciarono a percuoterlo, colpendolo sulle gambe e sulla schiena nuda.
Si sentì mancare, ora sì sarebbe stata la fine e gli spiriti lo avrebbero portato con sé, non sarebbe mai più tornato a casa, non avrebbe mai più rivisto Enawene.
Quando stava per crollare a terra però, le ombre, così come erano comparse, si dileguarono nel nulla.
Davi era stremato, non tanto per i colpi ricevuti, ma per il terrore che l'esperienza gli aveva suscitato e si addormentò lì dov'era, senza neanche cercare riparo.
Tuttavia al mattino, al risveglio, si sentì diverso, era sopravvissuto! Lo pervase una sensazione di forza, non lo avevano ancora ucciso né la fame, né le formiche, né gli antenati, quindi non era così debole, erano già trascorsi un certo numero di giorni, non ne restavano più molti.
Mosso da nuovo vigore decise di costruire una trappola, lo aveva visto fare in passato, ma allora non aveva dedicato molta attenzione alla cosa, attratto piuttosto dal provare il suo piccolo arco sugli uccellini di passaggio.
Trovò il necessario: liane, tronchi, foglie e preparò il tutto con tranquillità, poi si allontanò dalla zona per non spaventare gli animali e insospettirli con il suo odore.
Attese molto tempo, trepidante e poco convinto, sapeva di non essere esperto e rimpiangeva di non aver cercato di imparare il più possibile, quando ne aveva avuto l'opportunità.
Questa volta però fu molto fortunato e avvicinandosi dopo un po' al luogo dove aveva collocato la trappola, sentì i grugniti di un piccolo pecari rimasto intrappolato.
Lo trafisse subito con una freccia, lo scuoiò con fatica , accese il fuoco come sapeva fare, lo arrostì e finalmente, dopo un tempo che gli sembrò eterno, addentò un pezzo di carne.
Gli parve il cibo migliore che avesse mai mangiato in vita sua, era carne grassa, che toglieva la fame ed era tanta.
Quando si sentì finalmente sazio, leccandosi lentamente le dita unte, stette a guardare quella sua preda, che ora gli restituiva la forza e ringraziò la natura e lo spirito dell'animale ucciso.
Avrebbe avuto di che saziarsi per molti giorni ancora e ora era sicuro che ce l'avrebbe fatta, che sarebbe tornato alla sua gente mostrando un suo trofeo.
Infatti ce la fece, superò una pioggia torrenziale che lo inzuppò fino alle ossa, riuscì a fuggire dall'assalto di uno sciame d'api quando cercò di procurarsi del miele, scampò anche ad un serpente velenoso, scorgendolo in tempo.
Ogni notte controllava la luna, il tempo del ritorno era vicino, ora sognava i festeggiamenti e le labbra di Enawene.
Infatti, una sera trovò vicino ad un albero un segno, una traccia che sapeva essere stata messa per indicargli il percorso da seguire per raggiungere le capanne di frasche della sua tribù.
Aveva il cuore in gola, si chiese come sarebbe apparso ai suoi familiari, se fosse cresciuto, se fosse cambiato, certo doveva essere un po' sporco, ma sperava anche di avere un'aria fiera e di essersi fortificato, camminando, correndo, nuotando, come aveva fatto in tutti quei giorni.
Camminò velocemente, mentre il sole stava calando per lasciare posto all'oscurità, no, non voleva passare un'altra notte solo nella foresta, voleva vedere i volti della sua gente, dei suoi familiari, i fuochi rassicuranti.
Corse, corse a perdifiato, percependo la terra che scorreva sotto i suoi piedi, incurante dei rami che lo sferzavano, corse nel buio, verso un'ombra più ampia che gli sembrava essere una radura, quella dietro alle capanne, corse senza vedere, corse, fino a che, inaspettata, una serie di lampi accecanti lo colpì, facendogli sbarrare gli occhi.
Chiuse gli occhi per difendersi da quella luce improvvisa e sconvolgente, sentì la terra vorticare, pensò che forse era stato ingannato, che proprio ora che era vicino alla meta, gli spiriti degli antenati erano tornati per catturarlo e portarlo via per sempre.
Quelli che vedeva però, non erano lampi del cielo, anime luminose dei defunti, dardi degli dei, erano flash di macchine fotografiche, di turisti curiosi in attesa, giunti fin lì ed ospiti del villaggio...anche loro avevano fatto un lungo viaggio.