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di: Ilaria Marilungo

(saggio breve scritto per verifica scritta di italiano al 5° anno di scuola superiore all’Istituto Tecnico Commerciale di Fermo. Lo proponevo come inserto di cultura su un quotidiano)

“Il bambino che amerà viaggiare comincia a sei anni a guardare i mappamondi e le carte geografiche. Inginocchiato nella sua stanza, indifferente a qualsiasi richiamo della madre e del padre, segna col dito la strada lunghissima che lo conduce per mare e per terra” dice P. Citati ne La Repubblica.


E’ così che si inizia a sognare, o meglio, che ho iniziato a sognare. Un giorno mi alzo dal letto infastidita da un raggio di sole, voglio seguirlo e, affacciandomi dalla finestra della mia cameretta, scopro che qualcuno mi ha fatto un dono, vedo gli alberi, i campi arati, il paesino lontano, vedo un immenso mare blu e un vastissimo cielo azzurro…ma la mia immaginazione va ancora oltre, vagheggia e si posa al di là del mare e del cielo. Nessuno saprà mai dove mi sono fermata, sarà un segreto. Forse non lo so nemmeno io dove sono stata, ma sento di essere felice.

“La felicità, che il lettore lo sappia, ha molte facce. Viaggiare, probabilmente, è una di queste” spiega J. Saramago.


Peccato che la vita è troppo breve per poter vedere tutto, per poter fare il bagno in tutti i mari del mondo, per camminare in tutte le terre, per ascoltare tutta la musica, per assaggiare tutti i gusti del gelato, ma almeno mi consola il fatto che la stessa vita è pur sempre un viaggio.

Sono d’accordo con M. Soldati il quale afferma che “chi ha provato la lontananza difficilmente ne perde il gusto. Il primo viaggio, la prima sera che il novo-peregrin è in cammino, nasce la nostalgia, per sempre. Ed è il desiderio di tornare non soltanto in patria; ma dappertutto: dove si è stati e dove non si è stati. Due grandi direzioni si alternano: verso casa, verso fuori…Non capisce, forse, non ama il proprio paese chi non l’ha abbandonato almeno una volta, e credendo fosse per sempre”.

Anch’io, pur essendo ancora giovane, ho avuto la fortuna di viaggiare abbastanza, anche per molto tempo e mi ricordo che, addirittura, almeno una settimana prima di partire, dicevo ai miei amici e familiari: “Non vedo l’ora di tornare, già mi mancate!”. Ero così attratta, però, da quei luoghi così lontani e diversi dal mio che non potevo fare a meno di partire, di viaggiare, di arrivare al di là del mare e del cielo. Raggiunta la località mi sembra di iniziare a leggere decine di libri, di vedere centinaia di film, di assistere a milioni di commedie e di tragedie in questo teatro così immenso che è la vita. Poi l’euforia piano piano si placa quando incontro un italiano in terra straniera e mi pare quasi di conoscerlo e di essergli amica, sembro Virgilio nella Divina Commedia quando incontra il mantovano e così penso che è proprio vero che la patria è “una d’armi, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor” tanto che ho nostalgia di tornare a casa già proiettata con la mente a un nuovo viaggio, ma felice, felice dell’esperienza, per aver capito tante cose, per essere cambiata.
Siamo un boomerang di rondini: andiamo e torniamo.
Io credo che viaggiare sia come un armadio pieno di vestiti: ognuno di noi ha il proprio guardaroba, una propria combinazione di abiti, che è sempre diversa da quella di un altro, e così è viaggiare, ognuno ha i suoi Paesi e le sue città che fanno di ognuno la propria “impronta digitale”, la propria identità. Dunque viaggiare è una metafora.

“Alle prese con questo filosofare, il viaggiatore finisce per addormentarsi, e quando al mattino si sveglia, ecco davanti agli occhi la pietra gialla, è il destino delle pietre, sempre nello stesso posto, a meno che non venga il pittore e se le porti via nel cuore” J. SARAMAGO.